APPARATI CRITICI

Daniele Bongiovanni. Natura con Deus

Sempre più la contemporaneità ci impone di valutare le opere attuali attraverso una doppia indagine, da un lato una rivolta alle possibili fonti filosofiche e simboliche, dall’altra una limitazione del manufatto entro un campo estetico. Diventa impossibile riflettere su di un’opera come “Natura con Deus” di Daniele Bongiovanni senza afferrare ambedue le strade e comprenderne la valenza. L’opera si compone di 30 tavolette di legno dipinte di forma quadrata e disposte in tre file di dieci quadri ciascuna. L’effetto finale appare come una sequenza ritmata e cadenzata  di piccole celle conchiuse ma per assonanza aperte nei confronti della cella vicina; ognuna libera nello spazio e non più monade narcisistica, Ogni pittura reca una sua valenza collettiva e, topologicamente, non differisce da un quadro quale il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. L’orizzontalità della composizione, da me teorizzata nel volume Tiltestetica (2014), costate in pittura quanto in architettura, possiede una valenza simbolica che va oltre la semplice riluttanza estetica. Tale orizzontalità trascende dalla mera essenza lineare ma raggiunge il potere archetipico della comunione, della fratellanza intesa come vita comune, collettiva. Bongiovanni ha compreso il valore dell’apertura al mondo e conosce la missione profetica dell’artista, il dovere necessario a lui designato. L’artista è un profeta che attraverso la poetica della materia può spiegare l’assoluto, l’infinito, il grande dubbio che la scienza non potrà mai afferrare. Grazie ad un sapiente gesto del colore il pittore può risvegliare nel riguardante immersioni dell’anima, può pescare nel pozzo gelido dell’interiorità umana. Anche Bongiovanni parla dell’inverno esistenziale, luogo di incontro tra la natura e Dio, ove il ghiaccio diviene quel magma algido plasmato dal demiurgo, ma lasciato incolore, venato appena da sfumare prismatiche, da bagliori labili, da evanescenze di una policromia sibilata. Il Dio-demiurgo è un artista della materia che aborrisce la violenza cromatica, gli squilli acidi, ma essendo egli dentro la Natura, essendo Natura, si limita a decorare e screziare il ghiaccio con ricordi di colori. Dio è un artista sensibile, tonale, per nulla realistico ma peintre en plein air.

Bongiovanni è conscio di questo potere acherotipo di Dio sulle immagini e si presenta come secondo artista rispetto al divino, cede il posto al sacro dipintore, e commenta con valore di medium la “sua” produzione. Differentemente dall’artista titanico, dal Saul dell’Alfieri, dall’empietà di molti pittori contemporanei, Bongiovanni compone la sua opera con l’umiltà dell’esecutore attento alla grandezza e ai prodigi del mondo superiore. Bongiovanni non è artista rinascimentale, ripudia l’antropocentrismo, bensì è figura esistenzialista, sartriana; concepisce la divinità, anche se del Nulla, e non si pone in conflitto con essa. Egli può solo che rendere omaggio ad una bellezza infinita del creato o del Nulla o della Luce, contemplandola, facendosi da essa dipingere, mutandosi da persona a specchio, riflettendo sui suoi significati eterni.

Egli sostiene: “In  Natura con Deus ho tentato di dare un’atmosfera fisica alla base e onirica al culmine che, essendo il soggetto principale delle composizioni, viene accentuata da ciò che ho inserito nelle composizioni; ossia il Deus, fenomeno a tratti indicibile, qui inteso non come un Dio, ma come energia, presenza e allo stesso tempo, in modo del tutto paradossale come assenza”.

Di Daniele Radini Tedeschi, catalogo La Marge, 57. Esposizione Internazionale d'Arte, La Biennale di Venezia, 2017

Daniele Bongiovanni, l’universale possibile

Tutta la produzione pittorica di Bongiovanni è come uno specchio a più livelli: nitido, luminoso, positivamente scheggiato, nei punti che si ritiene debbano contenere le ferite e le trasformazioni provocate dal taglio del tempo. Enigmatico e contenitore di immagini dilatate o apparentemente liquide, lontane.

Il segreto dell’autore sta in un terzo occhio, vigile quanto analitico, che scruta e marca ogni piega, ogni orlo e luogo dell’argomento che verrà ogni volta rifatto e trascritto con la materia. La qualità sta in questo velocissimo sguardo, che riesce a vedere e captare, non solo la sua stessa memoria (visiva), ma anche i temi che noi stessi definiamo sociali, perché riconducibili ad un problema ampio, di tutti.

L’indagine qui presente è originale, incommensurabile, rivolta anche ad uno dei rischi a cui andiamo incontro ogni giorno, paradossalmente durante il nostro stato di saggio equilibrio quotidiano. Il rischio è quello di perdere il controllo su ciò che non va snaturato: il valore intrinseco.

Noi tutti, oggi, siamo in parte colpevoli di alcune invasive e fuorvianti innovazioni pressoché inutili, alienazioni linguistiche e visive che immobilizzano la comunicazione, i rapporti e l’evoluzione naturale del pensiero.

A volte questo mortifica la società, quanto l’estro e la crescita dell’individuo stesso. Basti pensare che ci sono studiosi, che affermano che l’utilizzo sfrenato delle tecnologie, solo per fare un esempio, che portano ad un abuso d’interpretazione delle cose sterile, aumenti il caso di una generazione assediata da milioni di immagini e informazioni false, che privano di una reale conoscenza della profondità del nostro ‘’Io’’.

Su questa linea Bongiovanni si fa avversario del subdolo fenomeno e con la sua mano torna alle radici, producendo un veicolo che si muove solo attraverso i valori primari: i sensi e l’intelligenza emotiva. Detto questo e soffermandoci solamente sulla ‘’forma’’ narrativa e filosofica di “Natura con Deus”, serie di trenta elementi, vediamo uno stato di grazia, almeno dell’arte; i ‘’paesaggi’’ purificati ed evanescenti, ci portano al di fuori di ciò che è consueto e meccanico, liberi da ogni problema, di fronte ad una ‘’vita’’ costruita lentamente, con un morbido fare pittorico, un carattere figurativo tra il verismo e il suo quasi opposto: l’informale, il sogno.

Numerose sono le visioni lucide, sono pianure mosse da un cielo bianco, stilema portante della pittura di Bongiovanni, che narrano di un luogo sicuro, non caratterizzato, non omologato alla nostra progressiva e abusata modernità.

Le opere, operazione di terra d’ombra naturale, azzurro velato, verde purissimo, oro, argento invecchiato e porpora, istallate in uno spazio di circa cinque metri, sono soffi penetranti, che in un ordine preciso, non casuale, evocano anche una sacralità nuova, universale.

Ovviamente i significati aumentano se si pensa alla volontà già citata dell’autore. Bongiovanni non imita il vero, crea.
Il suo Deus è materia specchiante che riflette sull’essere contemporaneo.

Tratto da Biennale di Venezia 2017. Ecco la natura eccelsa di Daniele Bongiovanni, La Voce di Venezia, 2017

Il Mundus di Daniele Bongiovanni

Scendendo sicuramente da una sorgente atavica, l'arte attraversa l'umanità subendo nel tempo e nello spazio metamorfosi imposte dal suo corso, rimangono comunque tracce più o meno decifrabili, assimilando comunque il retaggio della tradizione.

Il pittore è un re onnipotente, industrioso ed abile nel suo mestiere; a questo proposito in primis, per affrontare questa mostra antologica, mi sono rivolto quindi a Daniele Bongiovanni chiedendogli delucidazioni sulla scelta delle opere selezionate per quest'esposizione, nel convincimento che il critico prima che oratore debba essere interlocutore ed ascoltatore.

Da qui il racconto in prima persona del Maestro che ci dice che le 21 opere esposte provengono anche da collezioni pubbliche e private e coprono un arco di tempo che và dal 2006 al 2016.

Tutte sono accomunate da quella che fino ad oggi è la chiave della sua pittura: pittura accademica di matrice espressionista con varie sperimentazioni, che gli permettono di astrarre parzialmente i soggetti; questa spiegazione da parte dell'autore coincide con l'intuizione del critico ad ulteriore avvallo che il dialogo è sempre proficuo.

La seconda domanda, per quanto io sia stato il Curatore e quindi in accordo con le scelte, si riferisce al titolo della mostra, affidato a Bongiovanni. ''Mundus'' orbita intorno all'opera centrale che ha reminiscenze rinascimentali e che il pittore mi dice essersi ispirato in particolare ad Antonello da Messina quindi attinente al concetto dell'artista, che so essere un autore, l'opera del quale è progettata intellettualmente.

Posso quindi affermare corrispondere al suo pensiero che qui riporto letteralmente: "Mundus come uomo, mondo, natura, spazio naturale, filosofia, vita; il contatto naturale tra uomo e natura" tema che aveva precedente presentato con la collezione "Pelle Sporca", alla 53. Biennale di Venezia, nel Padiglione Nazionale da me curato.

Un filo conduttore è rappresentato dalla filosofia estetica, elemento portante dell'attività creativa del Maestro, per il quale mi sento di affermare che ha fatto della sua stessa personalità un'opera d'arte, sicuramente facendo tesoro e poi superando i suoi studi accademici, amando la pittura come i poeti amano i propri versi.

L'intelligenza esige costanti confronti perché il sapere deve essere ancorato alla memoria permettendo però di trovare percorsi innovativi al proprio pensiero. Se Daniele Bongiovanni è stato influenzato dall'Espressionismo bisogna affermare che da questo non è stato condizionato ma, avendone appresa la lezione, ha trovato il suo personale stilema.

La sua arte ci colpisce e spesso ci sorprende, dirada la nebbia dell'abitudine, non permette contaminazioni di categorie e luoghi comuni. Proprio nella successione dei quadri in questa antologica, possiamo coltivare la fantasia e quella visione interiore che potremmo riferire alle facoltà dell'occhio della mente, sul quale intervengono interferenze quando ci esprimiamo con le parole.

Un pittore come questo ha lacerato lo schermo delle convenzioni teso tra i sui occhi e le cose; se posto davanti agli elementi ed ai metodi della conoscenza come a loro tempo fecero Cézanne davanti alla mela oppure Van Gogh davanti ad un campo di grano. Non ha escluso fatti ed aspetti della realtà, oltrepassando però frontiere fissate da teorie in uso comune.

Ho voluto iniziare con una modalità simile all'intervista con l'autore, nella convinzione che il dialogo sia quell'elemento essenziale dove il tramite ed interlocutore principale è il dipinto che deve "parlare" soprattutto all'osservatore e quando il quadro è opera ben riuscita, termina il ruolo del critico ed addirittura parzialmente quello del pittore, continuando in una successione fluida con l'osservatore. Ritorno quindi a quello che ho chiamato l'occhio della mente pensando a quanto l'immagine visiva può aver contribuito ad imprese spesso riferite alla genialità; è un dato di fatto che Einstein attribuisse all'immaginazione visiva, un aspetto fondamentale del suo pensiero scientifico, dichiarando infatti che "Le parole o il linguaggio non sembrano avere alcun ruolo nel mio meccanismo di pensiero. Casomai il mio meccanismo di pensiero consiste di immagini".

Di conseguenza una maggiore creatività deriva da un migliore immaginario; evidentemente Daniele Bongiovanni ha fatto proprio quel percorso di studio ed apprendistato che ha iniziato giovanissimo e che è proseguito fino alla laurea all'Accademia di Belle Arti, rendendolo un pittore completo che a pieno titolo possiamo chiamare Maestro.

Di Gregorio Rossi, Quid Magazine, storie dell'arte, 2016

Daniele Bongiovanni: l'opera, l'artista, l'esperienza della bellezza

Ho conosciuto l'opera di Daniele Bongiovanni inizialmente tramite la visione dal vero di una sua collezione dal titolo ''Pelle Sporca'', collezione che lo ha rappresentato anche a Venezia, durante lo svolgimento della 53. Biennale, nel padiglione ''Natura e Sogni'', la cui tematica era riferita al primo linguaggio dell'uomo che è l'arte e che essendo un idioma che non ha bisogno d'interpreti in parte esula dal meccanismo di ambizione mercantile per entrare in un concetto assolutamente culturale e significativo per poter dichiarare che l'artista, oltre ad essere interprete del proprio tempo può insegnare una filosofia di pace.

Per quanto riguarda la produzione recente di Daniele Bongiovanni, l'ultima opera che ho avuto modo di vedere è stata ''Il creatore''. In una visione più completa della sua produzione possiamo definire Bongiovanni un artista figurativo, e la sua figurazione è preziosa e ben definita; eppure in alcuni esempi ha affrontato l'astrazione così come alcune volte sfiora l'informale. Nonostante questi esperimenti o esperienze il suo stilema è sempre riconoscibile.

Ci potremmo chiedere se le opere d'arte vengono definite così perché deciso dagli osservatori o perché dichiarato dagli esperti; personalmente risponderei che lo sono in modo del tutto indipendente.

Ho scritto che l'ultima opera da me vista dal vero ha come titolo ''il creatore'' ed anche che la sua produzione figurativa ha una perfezione stilistica, nel disegno una linea raffinata. Si dovrebbe quindi presupporre che un quadro con quel titolo appartenesse a quell'aspetto di bellezza convenzionale; invece è un'esplosione di toni forti dalle pennellate decise con un volto che esprime potenza, la rappresentazione che avrei voluto vedere in un soggetto del genere e che qui ho visto.

A questo punto era necessario conoscere ancora più a fondo l'artista perché convinto che i suoi quadri rappresentassero la propria personalità e viceversa.

Quando in seguito ci siamo nuovamente incontrati a Roma questa mia intuizione ha avuto riscontro.

Il bisogno di arte è infatti una necessità primaria degli esseri umani ed è indubbio che per Daniele Bongiovanni questa spiritualità gli sia propria.

Potrei fare una distinzione tra antichi e moderni; gli antichi erano oggettivisti e ritenevano che le proprietà estetiche fossero primarie. I moderni di solito ritengono che le opere siano tali perché manifestano lo spirito umano, ma a questo proposito anche nella notte dei tempi le pitture rupestri erano sicuramente la necessità della manifestazione dell'interiorità dei loro autori.

L'opera d'arte, il bel quadro possiede un qualcosa in più, ma credo sarebbe inutile cercare di spiegare cos'è questo carattere aggiuntivo; dipende dall'emozione anche dal turbamento che, in forma diversa, colpisce l'osservatore.

Le opere di Daniele Bongiovanni possiedono quel qualcosa in più che si rispecchia nel suo personaggio, nel racconto della sua vita d'artista.

Nel conversare con lui, appare chiaro che è uno studioso, un serio professionista e questo è già un elemento raro ma non sufficiente se appreso esclusivamente da una ricerca intellettuale, da uno studio dei testi; lo vedo come un artista che vive la propria formazione "sul campo", in maniera personale.

Se a molti facessi domande sull'arte probabilmente mi verrebbero citati tanti dei libri di arte mai scritti, per esempio per Raffaello. Si saprebbero innumerevoli cose su di lui: le sue opere, lui e il papa, le sue tendenze sessuali, sarebbe tutto quanto vero? Ma scommetto che non tutti sanno dire che odore c’è nelle stanze dei suoi affreschi. Non tutti sono stati lì a contemplare quelle bellissime pitture.

M'immagino invece Daniele Bongiovanni, che ha uno studio a Palermo, a visitare Monreale e a respirarne l'atmosfera; per non parlare di quanto possa essere impregnato delle bellezze, della cultura, della tradizione millenaria della sua terra.

L'equivalente per esempio è per le donne, probabilmente molti farebbero un compendio sulle loro preferenze, ma in quanti saprebbero dire che cosa si prova a risvegliarsi accanto ad una donna e sentirsi veramente felici? Ritengo che Bongiovanni sia il primo a risvegliarsi felice quando si ritrova di fronte al dipinto realizzato il giorno prima.

Se facessi domande sull’amore probabilmente molti mi risponderebbero con un sonetto, mi sento invece sicuro di affermare che dell'amore sono impregnati i ritratti di questo pittore.

Parlando con Daniele Bongiovanni ho visto un uomo intelligente e sicuro di sé. Non pretendo di aver capito completamente quello che Bongiovanni ha nel profondo perchè questo non basta ad incasellarlo e perché assolutamente non voglio che questo sia il mio ruolo, però mi affascina sentirlo raccontare, tutto ciò sempre più mi fa entrare nella sua opera.

Ho scritto più del pittore che delle sue singole opere ma questo perché è affrontando l'opera tutta che meglio si comprendono gli intendimenti e quello che poi vediamo sulla tela, se è veramente arte deriva da un concetto archetipo: l'opera nasce infatti nell'intimo dell'artista che poi la trasferisce sulla tela con la propria tavolozza a beneficio di tutti.

Platone infatti in "Fedro" dice che l'esperienza della bellezza genera un desiderio di comunicare "quando trovo qualcosa di bello voglio che anche gli altri ne godano". Il grande filosofo 2500 anni fa aveva già compreso questa pulsione dell'animo umano a condividere il bello.

Tale soddisfazione la considero una chiave di volta per stabilire un profondo sistema di confronto dei migliori valori dell'uomo così che possa anche tracciare una strada maestra all'intendimento tra i popoli.

Bongiovanni rispecchia in pieno nella sua opera questi concetti; anche Hegel affermava che svegliare l'anima è lo scopo finale dell'arte, comprendendo il contenuto dello spirito e rivelando proprio al nostro animo tutto quello che nasconde di essenziale, di grande, di sublime, di rispettabile e di vero.

Ritengo quindi che in senso generale Daniele Bongiovanni tramite le sue opere permette di rendere accessibile all'intuizione ciò che esiste e le sue rappresentazioni sicuramente consentono di emozionarci fino al punto di conoscere meglio noi stessi.

Di Gregorio Rossi, catalogo Mundus, 2016

Introduzione a Nimble, velocità e informazioni provenienti dal mondo esterno 

Guardare oltre, a distanza, percepire più che vedere, decifrare ogni cosa, per dare il via ad un processo di elaborazione delle informazioni provenienti dal mondo esterno. E' risaputo che attraverso gli occhi possiamo elaborare qualsiasi dato che passando dal cervello si traduce in informazione complessa. Nella collezione ''Nimble'' Daniele Bongiovanni affronta questo tema.

Attraverso la sua azione si riduce la distanza tra la zona concreta e la zona concettuale di un campo visivo, in questo caso pensato con una prospettiva continua e strutturato come un ingannevole fermoimmagine. Questo ciclo composto da opere segnate da un asimmetrico gradiente linea, si mostra come un prospetto avvolgente per il suo colorismo acceso; e come uno scenario quasi invisibile, per il suo neutro ed intoccabile respiro. In questo intreccio di segni e campiture, in questo maestoso gioco di lumi, composto da nuovi ambienti d'impatto, ciò che viene letto come luogo in un secondo momento diventa un contenitore di luoghi e di esperienze, una narrativa fatta da molteplici appunti di un viaggio. Un'esplorazione valorizzata da un osservare continuo, e da un trasformare l'esperienza in conoscenza e poi in arte.

Il significante di ''Nimble'' è tenere lo sguardo vivo, su una scena già esplorata dall'artista, una scena che si ripete, legata agli studi di forma, compiuti grazie a l'utilizzo di solidi e di volumi elegantemente scomposti, elementi che risultano tradizionali nella prima fase di composizione, ma che una volta dipinti diventano postmoderni. ''Nimble'' è a metà strada tra una cifra stilistica sperimentale e una cifra stilistica rinomata. Questo nuovo lavoro si afferma completo come studio, e come risultato eccelso dello stesso, come esplorazione di un fattore onirico, sognante, ma afferrabile per il suo aspetto naturalistico e per la veridicità indiscussa della materia.

Questo ciclo è una strada da percorrere, perchè territorio libero e affascinante, la sua chiave è l'espressione: una sagoma in corsa, un paesaggio immaginato, un elemento distante che rievoca un ricordo. Un qualcosa di sbiadito, sfuggente, ma allo stesso tempo leale con chi lo insegue. In questo percorso la pittura ha il potere di tradurre più che di comunicare, ha il potere di smascherare l'apparenza delle categorie mentali a cui siamo soliti cadere o rifugiarci: cosa è statico e cosa non lo è? Cosa è reale e cosa non lo è? Il quadro vibra, il quadro è reale. L’artista sollecita e dipinge la velocità del pensiero, ritrae la dinamica, non necessitando di ritrarre alcun corpo. Il dettaglio delle opere vuole, grazie anche alla qualità della loro realizzazione, far esplodere una cromia vibrante che non risiede solo nei confini elastici del fattore pittorico, ma anche dentro un pensiero dettato al momento della loro stessa fisica esposizione. L'arte di Daniele Bongiovanni è un'esperienza mentale, che nasce dall'intelligenza emotiva e dalla tecnica, qui fluida, come fluidi sono i pigmenti di questa nuova ricerca virtuosa.

Di Patrizia Cassetti, catalogo Nimble Project, 2016

Daniele Bongiovanni, interprete del soggetto umano

La produzione artistica di Daniele Bongiovanni ci porta a concepire in modo fermo e deciso che si può riuscire a comporre opere appostandosi all’interno di uno stile che possiamo definire ibrido, in quanto ibrida ne risulta la ricerca che sorregge l’autore, quel percorso sperimentale unico e universale che rende il tratto della mano sempre attento e originale nella propria unicità inconfondibile, all’interno della definizione pittorica del contesto, ponendosi e interponendosi tra il classico e il post moderno, tra il formale e l’informale, tra un espressionismo concettuale e suggestivo, intimo e interpretativo, e una rivisitazione in chiave moderna di tratti e lineamenti che diventano espressioni di altre prospettive e di altri panorami descrittivi, le narrazioni dell’animo. Daniele Bongiovanni studia e interpreta il ritratto del viso tramite la sapienza delle cromie adagiate sulla tela, ora tecnica a olio, tanto da rendere l’opera ricca di una luminosità e lucentezza interiore, ora tecnica mista, donando caleidoscopi visivi utili a decomporre la figura e a ricomporla sotto una dimensione immaginaria e psicologica interiore di indagine delle contraddizioni e delle finitudini dell’essere umano.

I contrasti e le contraddizioni dell’essere umano vengono raffigurate nell’essenzialità e nell’essenza del tratto dell’autore, in un variegato moto e movimento di colori e di linee, di lineamenti e di contorni facciali che creano un movimento, una dinamica e un vortice che traduce il pensiero, l’ideazione e il sentimento introspettivo in una chiave visionaria, suggestiva quanto interrogante lo spettatore sulle identità del volto ripreso dall’autore, che si eleva a metafora e allegoria di una condizione collettiva e anche individuale. I contrasti, molto accesi, di colori, che si confondono e che interagiscono, esaltano e risaltano le figure rappresentate e donano a esse quella giusta definizione indefinita, quella giusta composizione decomponente, quella particolare pluralità di punti di vista che si sintetizzano e si riassumono in una poliedrica rappresentazione, quasi dal sapore cubista. Daniele Bongiovanni ama donare dinamicità alla figura rappresentata e a darne un aspetto di introspezione e di confusione tra due macro concetti che si pongono e che si impongono nella visione manichea esistenziale quotidiana, ossia il contrasto tra bene e male, tra buono e cattivo, tra istinto e ragione: nei visi e nei ritratti di Daniele Bongiovanni tali confini, che appaiono come evidenti dall’immaginario comune, risultano, invece, messi in discussione, risultano essere superati, risultano essere inesistenti rompendo, in questo modo, preconcetti e offrendo una dimensione rinnovata, inattesa e riconoscibile come parte integrante di un’umanità vera e indiscutibile. Le sensazioni, i sentimenti e gli stati d’animo sono resi tali da deformare il viso e il ritratto e a costituire confermezza e, allo stesso tempo, con delicatezza un concetto intimo del personaggio, da un lato sicuro della propria esistenza, ma rappresentante la propria fragilità e la propria limitatezza, la propria intramontabile vulnerabilità e la propria sofferenza esistenziale, dovuta a un contrasto tra l’anelito di emancipazione e di libertà e una subordinazione, soggezione, alle regole costrittive e prestabilite di una società.

Si possono trovare, lungo la serie delle opere di Daniele Bongiovanni, citazioni, fatte proprie come lati distintivi di una produzione, a un Francis Bacon, la deformazione del volto e l’esasperazione dei tratti dei visi, peggiorando e alterando una parte di essi a discapito del tutto, donando, cosi, quella centralità concettuale e sostanziale di un messaggio introspettivo interiore; citazioni a un Lucien Freud, la centralità del soggetto all’interno di una dimensione aspaziale attraverso l’illuminazione e la lucentezza delle cromie; cosi come, infine, citazioni a un Munch, dove prevalgono il tratto e la pennellata che vengono gettati con forza e sicurezza sulla tela, trasformando, cosi, il proprio canovaccio cromatico di tinte in un alfabeto di simboli e di segni. Daniele Bongiovanni parte da un punto oggettivo, si presume che sia tale osservando i volti e i ritratti di persone reali e fisiche immortalati nei propri quadri, per, poi, agire sul reale, sull’iperreale frazionato, in quanto solo alcuni lati di questa dimensione ottica interpretativa e visiva vengono esaltati e risaltati con particolare attenzione da quel flusso di coscienza che promana dall’autore e che influenza la propria interpretazione del soggetto, reale appunto. In questo flusso interpretativo si inseriscono ciò che vogliamo considerare essere il pensiero dell’artista e la concezione, nonché comprensione, dell’individuo, che lo stesso autore analizza, scruta e osserva penetrando in esso e trasportandone l’animo nel reale, riportandolo nel reale, in una concezione totalmente differente da quella realista e in una dimensione espressionista.

La presenza dell’autore nella fase compositiva estetica è presente, ma in modo tale da non invadere quel percorso di riflessione e di conoscenza lasciato libero all’osservatore. Daniele Bongiovanni studia con attenzione la forma, studia in modo approfondito i volti e le anatomie, è fortemente consapevole dei percorsi che definiscono una figura, è conoscente delle qualità fisiche e chimiche dei materiali utilizzati che vanno a interagire tra di loro: questi sono i presupposti funzionali a donare una certa plasticità ai concetti e ai pensieri, quel flusso di pensiero che promana dalla coscienza, moto continuo e perpetuo che si rappresenta tramite giochi di luce e contrasti chiaroscurali, in cui il colore e la materia diventano protagonisti principali della narrazione visiva.

Di Alessandro Rizzo, PASSPARnous #39, 2016

Mundus, l’uomo e la natura diventano opera

Mundus, entrando dentro questo percorso, e guardando le opere del Maestro Bongiovanni, vediamo che ogni soggetto dipinto durante la sua carriera, da una delle tante prospettive possibili, ha parzialmente abbandonato la forma concreta, quasi tutti i lavori dell’artista hanno a che fare con il progredire interiore, il ritrovarsi in un punto di svolta, su dei campi figurativi e all’occorrenza informali che vengono elaborati come metafora del tempo sulle cose. Nel dettaglio, in questo processo, per l’occasione contestualizzato in un percorso antologico, la chiave di lettura rimane la filosofia, la ricerca cromatica e la luce. Una luce che abbagliante ed estesa su un tessuto materico, filtrato da velature dai toni a volte corposi, a volte leggeri, si apre in un doppio movimento, esterno e interno al quadro. Tecnicamente, in questo movimento, che si manifesta sublime nello sfondo, i volti e gli spazi sbiadiscono parzialmente, generando presenze e assenze. ''Mundus'', come emblema, ci suggerisce di seguire un ritmo lento e complesso per i nostri occhi, simile a quello della natura, qui rielaborata; natura contaminata che si manifesta come teorema visivo, come risultato di una consolidata sapienza artistica, traguardo di numerosi anni di studio sulla materia pittorica. Le letture di Daniele Bongiovanni appartengono alla realtà: ”L’Uomo”, realizzato per omaggiare ”l’essere” che dialoga con la storia, ha uno sguardo emblematico, che indaga e s’interroga sulla vita. In questa cronologia, Bongiovanni è più volte pittore del ritratto, ritratto di persone e dettagli, dettagli di un’estetica generale. Le sue opere in ordine cronologico emergono come un racconto del vissuto, suo e degli altri. Loro come tasselli numerati hanno una logica precisa, e legano per coerenza e appartenenza ad una trama articolata e importante. Una poetica nel complesso autentica, perchè originale, poetica come linguaggio che diventa opera, appartenente al passato e al presente, indubbiamente legata ad un'iconografia già storica.

Di Francesco De Maria, tratto da Mundus, il maestro Bongiovanni in mostra in Svizzera, Ticinolive, 2016

La pittura di Daniele Bongiovanni, omaggio continuo alle evoluzioni dell'uomo e alla purezza

L'opera del Maestro Daniele Bongiovanni, pittore di formazione accademica, è un connubio tra pittura classica e moderna, uno studio continuo sulla figura e lo spazio, valorizzato da un saper gestire con estrema eleganza il corpo del soggetto e il colore che lo rappresenta. Una delle manifestazioni più affascinanti di questo raffinato linguaggio la troviamo nella collezione ''Aesthetica'', e in opere come "Terremoto" e "Il creatore", dove in una composizione studiata perfettamente nei contrasti, il colore, esaltato da aperture luminose diventa centrale come figura. L'artista attraverso la sua pittura, il suo sapere moderno, contemporaneo, ci porta inevitabilmente a comprendere quali siano state le sue influenze, è ciò che maggiormente emerge è sicuramente il suo aver guardato e analizzato con attenzione, le tendenze d'avanguardia del primo Novecento: l'espressionismo di Oskar Kokoschka e quello del Munch più figurativo e perfezionista.

Il Maestro, esalta i limiti assoluti del sentimento e della realtà; con disciplina e genio, dipinge il vero, che seppur esaltato, grazie alla sua grande tecnica, nella psicologia e nella percezione visiva, rimane ugualmente concreto. Guardando le sue opere in qualsiasi ordine, diventa inevitabile attraverso questi valori di bellezza universale, il tentare di ostacolare i lati oscuri dell'essere, tutto ciò grazie a questo omaggio continuo alle evoluzioni dell'uomo e alla purezza. Il pittore nei suoi lavori esorcizza ogni volta ciò che del reale ci spaventa, il suo lavoro ci porta oltre i nostri limiti fisici, lasciandoci esprimere attraverso il fruire un senso di emancipazione. L'opera omnia si distingue anche per il bianco e nero, esplicito e perfetto nella collezione "Neri", collezione di ritratti, dai toni diluiti e contrastanti, dove dietro alla perfezione dei volti, il contesto fumoso, il suono della materia, è protagonista sublime. Daniele Bongiovanni in questo contesto, cattura i momenti e il progredire del tempo, qui i modelli diventano profondi ritratti che ci interrogano.

Di Inmaculada Martin Villena, catalogo De Natural, 30 opere sulla pura forma, 2016

Daniele Bongiovanni, Black and Poets

Con la collezione ''Black and Poets'' il Maestro Bongiovanni allinea nuovamente studi di anatomia e ritratti di grande impatto, misurandosi ancora una volta con la figura, penetrante e carismatica. Gran parte di questi lavori, legati alla già nota collezione ''Neri'', sono realizzati e pensati come progetto seriale, una serie di dipinti dedicati a volti noti, importanti, che si completa con degli elaborati scientifici, disegnati con sapienza per omaggiare la contaminazione e la purezza del corpo. In questo progetto caratterizzato da sfondi e visioni pensate, da un sentire le ambientazioni vissute dagli autori, dai soggetti trattati, ciò che emerge è sempre l’essere umano al centro di tutto. Qui gli sguardi sono dilatati e segnati dall’azione pittorica, che in modo completamente autonomo emergono da una prospettiva fluida, fortificata da chiaroscuri parzialmente scontornati e graffiati. Qui le opere e i disegni, comunicano tramite il segno e l’incontro tra il bianco e il nero, contrasto ammorbidito da una luce calda, e dalle molteplici tonalità di grigio, tonalità che donano al contesto un suono e una forma virtuosa. In questi lavori, l’espressionismo del pittore, si esprime in una poetica relazione tra la figurazione e la narrativa.

Tratto da Black and Poets, il Maestro Daniele Bongiovanni torna in mostra a New York, L'Opinionista, 2016

Daniele Bongiovanni, i ritratti e la visione

Daniele Bongiovanni ha una capacità innata di vedere, percepire e dipingere un soggetto, questo si manifesta in particolar modo nei suoi ritratti. La capacità di far sentire ciò che il soggetto, la persona rappresentata ha nel suo profondo. C'è emozione nel suo lavoro, che ci permette di creare una connessione istantanea con il volto che stiamo guardando. Nella sua pittura è possibile intravedere un pò di noi stessi o qualcuno che conosciamo personalmente, che fa parte della nostra vita. Questo talento innato viene dal profondo, viene dall'artista che vive questo percorso emotivo e che lo esprime dando conforto e stimoli alla visione altrui.

Di Jesse Ensling, catalogo Sul Bianco, 2015

L'opera di Daniele Bongiovanni, un profondo racconto visivo che rivela l'invisibile

Dopo aver esaminato con attenzione l'opera del Maestro Daniele Bongiovanni, si rimane subito colpiti da opere come ‘’Il creatore’’, che risuona con un profondo racconto visivo, che rivela l'invisibile nel visibile. Il percorso spirituale si ritrae in questo lavoro come qualcosa di cosmico, abbastanza impressionante nella tecnica. Trionfo di espressione personale è ‘’In teoria l’autunno’’ che genera un profondo senso di simbolismo, riflettendo un messaggio universale, eterno. Tutto è esteticamente coinvolgente, riverbera con un senso strutturale dinamico di potenti forme viscerali; affascinante è la qualità emotiva di "Terremoto", che riflette un  talento raffinato, con vibrante intensità visiva. Avvincente è l'opera ‘’Liquido’’ che  trasmette una visione unica nel catturare l'impalpabile, ''come cogliere l'essenza spirituale e fisica''. Forte è l'esperienza umana e artistica dell’autore di queste composizioni.

Di Rita Tucker, catalogo Sul Bianco, 2015

Daniele Bongiovanni a Liverpool

Come curatore e ricercatore d'arte ho trovato l'operato di Daniele Bongiovanni affascinante. Lui che si è addentrato sin dalla giovane età nel mondo dell'arte, pubblicando il suo primo libro nel 2006, pratica la pittura come una forma di poesia visiva, che concepisce fluida come musica (pittura che diventa musica per gli occhi). Tutto questo è immediatamente visibile dal suo ricco arazzo di esperienza sensoriale e dagli elementi che fa camminare su di una singola traccia (gli strumenti della sensibilità e gli strumenti della tecnica). Sono subito stato attratto dal lavoro di Daniele, pittore che opera con quelle che sono le sue principali competenze: tecniche accademiche che producono nuove esperienze e tecnologie sperimentali.

Per quanto riguarda l'idea generale della sua produzione, creata nella maggior parte dei casi con una miscela di olio e tempera, ho trovato il tutto come un'esperienza visiva che ha dentro un aspetto prettamente teorico; visioni e teorie che vengono fuori da una fase iniziale fondamentale, quella della ''lettura'', che si apre immediatamente con i titoli dati ai dipinti. Teoremi, che in un secondo momento fanno predominare l'immagine, che all'occorrenza diventa anche narrazione, elementi estetici che si mescolano ad elementi di natura concettuale.

Questa è una combinazione ideale che ho considerato fondamentale per valorizzare lo scenario dell'Indipendents Liverpool Biennial del 2014, dove il lavoro di Daniele è stato parte integrante dei grandi ed intellettuali contributi artistici fatti alla rassegna, composta e strutturata da un gruppo di professionisti che hanno dato una significativa opportunità, quella di mettere in mostra talenti affermati anche all'estero. In questo contesto il suo è stato un gradito apporto, aggiunto ad altri contributi provenienti da altri paesi. Come curatore sono stato orgoglioso di includere il lavoro di Daniele per l'evento, in particolare per la sua fama nel mondo dell'arte internazionale.

Di Simon Adam Yorke, Liverpool, 2014

La serie “Neri” dell’artista siciliano Daniele Bongiovanni reinterpreta in bianco e nero i volti di alcuni famosi musicisti

Il ritratto è una delle forme d’arte più utilizzata nella storia: tra gli esecutori famosi si possono citare Tiziano, Vermeer e Leonardo; i personaggi da essi immortalati sono re, regine e le loro famiglie, nobili, ricchi banchieri, gli umili contadini e naturalmente gli artisti stessi come dimostrano i meravigliosi autoritratti di VanGogh e Ligabue.

La quasi totalità di queste opere ha un fattor comune: il colore; d’altronde solo con l’avvento della fotografia l’uomo si è reso conto di quanto sia emozionante il bianco e nero; utilizzando semplicemente questi due “non colori” l’artista siciliano Daniele Bongiovanni (nato a Palermo nel 1986) propone la serie di dipinti intitolata “Neri” in cui ritrae alcuni famosi musicisti; i quadri (dipinti in olio o acrilico in dimensioni variabili da 40x30 a 60x80) esprimono fascino e musicalità, sottolineano le distonie tra bianco e nero ma al tempo stesso mantengono inalterato l’obiettivo ritrattistico delle opere.

Il dipinto di Miles Davis sembra una fotografia scattata in un locale fumoso; i contorni non sono netti ma slabbrati, non separano decisamente le aree bianche da quelle nere ma sembrano sciogliersi in esse, diluirsi, annebbiando la vista con un effetto di “fading”. Rimane però vivissima la sensazione di trovarsi in quel locale durante quell’ipotetico assolo e questo testimonia la qualità dell’opera.

Più o meno gli stessi effetti si ritrovano nel quadro rappresentante Lucio Battisti; qui il viso è più “ritratto” che rappresentato; i lineamenti del cantautore sono nettamente riconoscibili ma la traslazione dello sfondo in primo piano li deforma leggermente dando una sensazione di “uomo in piscina. L’aria virile ricorda più un eroe di film d’azione che il timido cantautore impresso nella nostra memoria.

I due quadri raffiguranti Etta James e Ray Charles riempiranno di ricordi i loro fans perché improntati al verismo; i giochi di ombre li rendono poetici ed emozionanti.

I dipinti sono tutti belli ma a meritare l’encomio sono il “quadro d’insieme” e la volontà del pittore di omaggiare i suoi beniamini, essendosi lui stesso definito un amante del Blue’s.

Di Claudio Prandin, Extra Music Magazine, 2014

La pittura in bianco e nero di Daniele Bongiovanni

Per un artista nato nel ventesimo secolo che voglia occuparsi di ritratti il confronto con la fotografia è un passaggio quasi obbligato. Anche se oggi molti fotografi concepiscono la fotografia in un altro modo, rimane pur sempre il fatto che questa fissa un’immagine con una carica di realismo molto difficile da raggiungere con una matita o un pennello.

Come dialogare quindi con questo incredibile strumento che relega la mano dell’artista a risultati “altri” dalla mera rappresentazione? Alcuni artisti hanno virato verso territori alternativi al realismo rappresentativo, trasfigurando l’immagine in colori forti ed emozionali, deformandola, disgregandola, frammentandola in forme geometriche. Altri invece hanno mantenuto vivo e consapevole il dialogo con la fotografia, in un percorso che è forse più sottile e per questo più insidioso dato che rischia di non emanciparsi mai dalla rigida immanenza di un’immagine fotografica.

E’ questo il caso della serie di “Neri”, tele dipinte ad acrilico con ritratti di Miles Davis ispirati a foto d’epoca, eseguite da Daniele Bongiovanni. In queste tele il confronto con le foto rimane molto forte, sia nel gioco del bianco e del nero e che nell’inquadratura. Le misure - 60x80 cm circa - sono però di molto superiori a quelle delle foto, la materialità della pittura è messa in evidenza dallo spessore delle pennellate e dalle diverse densità del colore - ora denso, ora molto diluito - e la definizione fotografica si perde in alcune zone, per riaffiorare in altre.

L’espressione dei volti è più intesa rispetto alle foto grazie alla minore definizione dei contorni. L’effetto complessivo è di grande fascino, attrae l’occhio e la mente. Nell’evocare le vecchie foto le tele riportano alle atmosfere e ai suoni di un tempo e, allo stesso tempo, inducono nello spettatore un piacere estetico e sensoriale che soltanto la qualità di una buona pittura può provocare.

Di Alessandra Buccheri, catalogo Neri, 2014

Daniele Bongiovanni e la figura rarefatta

Di questa ricomposizione dell'essere, lacerata dalla vaporosità del colore, se ne avverte la costanza del principio generatore costituita dal segno. La figura, non più ordine, ma appartenenza alla mutabilità del cosmo, ridiscute le certezze che definiscono il volto. L'anatomia accoglie come un luogo i mutamenti. Il colore, primordiale fonte di luce, libera l'essenza di un'umanità che si scopre prigioniera di se stessa. E' così che gli occhi attraverso l'introspezione del blu si tramutano in viaggio, facendo diventare il campo visivo origine e meta del percorso. Quest'uomo che si specchia nella vulnerabilità del tratto è lo stesso che fabbrica certezze. C'è da chiedersi se la materia prima, che dà origine al tutto, non sia costituita dal dubbio. Gli occhi che diventano cielo non appartengono al corpo ma sono transito del pensiero. E' quindi nuvola la creazione, che nel suo vortice comprende le possibilità dell'appartenenza ad un moto che si disperde per divenire traccia. Questa origine, contrassegnata dall'identità del volto, sarebbe statica se fosse ritratto, invece è cambiamento, continua invenzione da tramutare in purezza.

Il colore, seguendo la scia del trasporto, si solleva dalle statiche campiture e frantumandosi nell'indizio si immette nel vortice del movimento, evidenziandone fragilità e forza. Non è forse questo l'uomo? L'artista ne coglie il bagliore trasformando l'opera in dimensione. Nel delegare al colore lo scivolamento verso l'indefinibile, la figura accoglie la sfida delle tante strade di questo labirinto che diventa ricerca senza fine. Sinistra e destra dell'emisfero cerebrale, specchiandosi nel contrasto di caldo-freddo, si contendono lo spazio attraverso la frantumazione e la compiutezza.

La metamorfosi, che trasferisce nella sensazione la compenetrazione degli opposti, è già simbolo del divenire, perché ha dalla sua parte la forza di non somigliare ad altro.

Di Fiorenzo Mascagna, Itinerart - Cultura, 2013

L'opera di Daniele Bongiovanni, protagonista e interprete della vita che pulsa e fluisce

L'opera di Daniele Bongiovanni, si inserisce nello straordinario mezzo espressivo della scansione del colore e delle sue varianti emozionali, protagonista e interprete della vita che pulsa e fluisce, l'elevazione verso un contesto conosciuto ma che tutto cambia nell'incedere del tempo. Metamorfosi dell'arte e della rappresentazione dell'immagine evolutiva del nostro vederci. Nel contempo ravvisiamo una metodologia di ricerca della comprensione di un qualcosa che fa parte di noi stessi e del nostro tempo. L'opera dell'artista va inoltre segnalata per la ricerca approfondita sulle tecniche espressive utilizzate.

Di Riccardo Pantò, Parigi, 2013